Accenni di Medicina militare del XV secolo

Accenni di Medicina militare del XV secolo

Ricerca a cura di Luigi Battarra alias Il Libraio del Malatesta

Tratto da Governo et Exercitio della Militia di Orso degli Orsini e i Memoriali di Diomede Carafa riguardante la MEDICINA diciamo MILITARE.Buona lettura Amici della LEGA ITALICA 1454.

Volese in uno exercito fare usare pochi medici, et uno o dui che ce ne siano vogliono essere buoni et discreti: poche medicine, mancho çuccari et altre cose dilicate perchè le cose simplice la natura nostra ne vive meglio che da le cose medicinale.

Et li homìni che usano cose multo dilicate et medicinale non vivono più tempo nè più sani che li altri.La sanità se conserva con la descretione, con poco remeldij et Medicine.

Li Speciali de campo vogliono tenere da vendere trementina, oglio, mele, per bisogno de li homini feriti, et un poco de cassia et de manna per li ammalati.

Per li cavalli tenere cinque untiune che se usano, cioè agrippia, dialtera, marcedonia, burro et oglio de lauro et bolo arminio, sangue da drago, Verderame, chè tucte le sopradícte cose vagliono poco et sono necessarie.( Agrippa e dialtea, lenitivi, suppurativi e cicatrizzanti; Marcedonia, unguento composto, usato allo scopo di provocare la suppurazione delle ferite per far avvenire la guarigione; Bolo Armeno, terra friabile, leggera, impastata con burro e olio, adoperata contro i veleni e contro la peste; Sangue di Drago, resina rossa stillante dalla dracena, pianta gigliacea originaria delle isole della Sonda; Verderame, acetato o carbonato basico di rame, con azione stimolante).

Libro-dOre-di-Lorenzo-de-Medici-Firenze-fine-XV-secolo-Biblioteca-Medicea-Laurenziana

(Immagine tratta da Libro d’Ore di Lorenzo de’ Medici (fine XV secolo) vediamo un medico, vestito con l’ampia sopravveste rossa che contraddistingue la sua condizione professionale, in atto di esaminare le urine raccolte in un vaso di vetro al capezzale del paziente.)

Porriase dire che la abundantia da li medici et le cose dilicate sono necessarie per li infirmi: questo non è vero, ch’è stato provato per experientia che li infirmi, tanto de ferite come in altri accidenti, vogliono poco remedij et de poco expesa.

Ad chi ha febre et sia iovene come, ut plurimum, sono ne li exerciti, per nove di non vogliono gustare pane nè vino, carne nè czuccari; con questa regola, et con un poco de remedij laxativo, de li x li nove in nove di guariscono o prima.

Et quelli che non guariscono in nove di, in omne modo guariscono presto, se fanno bona regula. Chi non fa regula non li iova nè medici nè medicine.

Per li feriti li megliuri remedij che se facciano è bono oglio, lana sucida,( Per lana sucida s’intende la lana naturale, cosi com’è tosata, senza lavarla e tanto meno prepararla) pecçe bianche et bona dieta. Et perchè ad omne infirmo iuva assai la bona opinione che habbia ne li remedij che se li fanno et nel medico, se vorriano introdure ne li exerciti alcuni homini de honesta vita che operassero dicto oglio,lana et pecze bianche, et facessero fare dieta, et che con lo segno de la croce dicessero alcune parole, che non le intendesse chi le dice nè chi le ascolta, et che se dicessero secrete, acciò che li infirmi credessero che miraculose per incanto guarissero, benchè la dieta, dicte pecze bianche, oglio o lana fosse quello che operasse la sanità.

Dove accade roptura d’ossa necessariamente bisogna aiuto de medici.

Et le cose antedicte sono state experementate, che io me recordo nel campo dal Duca Francesco et altrí exerciti dov’erano molte volte più de vintimilia persone, et rare volte mancho, non c’era nullo medico, tucti li feriti se medicavano nel modo antedicto, pochissimi ne moreano, et occorreanonce diverse et gran ferite et malatie.

Alcuni homini de conditione che occorrea essere feriti et ammalati, andavano ne le terre, haveano multi medici, chi se morea et chi longamente stava infirmo.

Et questo accadecte fra laltri al Conte Loise, al conte Dolce, ad Berardino et a multi altri che se io, ( Il 5 marzo 1449 il conte Luigi Dal Verme e il conte Dolce dell’Anguillara condottieri sforzeschi, venner feriti sotto le mura di Monza da “plumbeis Pillolis”.

Il Dolce morì pochi giorni dopo a Pavia dov’era stato ricoverato; e il Dal Verme uscì di Vita il 4 settembre nella stessa città.

Informazioni tratte da RERUM GESTARUM SFORTIAE in Muratori R.I.S., XXI, 522 ) ch’erano de conditione, che de piccole ferite morero, et multi poveri homini vidi campare de gran ferite.

Et eme occorso in causa propria, che essendo Io gravemente ferito nel braccio d’uno scoppecto quando fo messa ad saccomanno Piacensa, essendo stato con spasmo quattro dì, et con una vena rotta, et toccata la vena artesia et nervi, non potendo trovare lo medico per la novità de lo saccomanno, non potendo per alcun modo dormire, levai li tasti (Tasto, o stuello, fascetta di filacce da riporsi fra le labbra delle ferite o per lasciare suppurare e assorbire il pus.) et ogni altro remedio che il medico me havea facto, et misi suso a le piaghe pecze bianche et oglio. Io me adormivi che mai havea dormito prima, et in una nocte hebbi tanto miglioramento, che poi sempre me medecai sensa tasti, et facili remedij et de pochissima expesa in breve dì fui sano.

Un’altra volta ad Pignano de la Marca uno vertone me passò l’arnese et la cossa, et con oglio et lana, sensa alcuno incanto, perchè mai ce hebbí fede, fui guarito in sei dì.

Similemente ho provato de poi che fui de età de quindici anni, mai me medicai se no una volta ad Padua, che li medici me hebbero ad occidere.

Et da poi, se in qualche cosa ho voluto fare remedij per me, per conseglio de medici, sempre me hanno facto danno.

Semelmente m’è accaduto innamte che io havesse stato di terre, medicava io stesso li mei famigli et ragaczi; mai me se morio niuno, se no alcuni da peste, che non se poteano medicare, et poco ce iuvava li medici.

Tucti li guariea con dieta et regola et sensa expesa: solo a la fine li dava un poco de cassia o qualche pinola, secundo la infirmità, et in nove di guareano, et quando prima.

Poi che ho havuto Stato, per non essere tenuto avaro et non haverece possuto actendere a li famigli et ragaczi, so stati curati per medici, et so stati più longamente infirmi et con più expesa, che quando li medicava io. DULCIS in FUNDOCome citato dal Ciasca nel suo libro

L’Arte dei Medici e Speziali etc etc la medicina era ancora nelle mani di empirici e ciarlatani, la farmacopea poi, oltre a uno strano miscuglio di droghe e di spezie, si serviva pure di svariatissimi medicamenti, quali “ferro e acciaio in pillole, capelli bruciati, sugo di cavolo, terra ghetta, polmone di porco, l’occhio e il cuore dell’usignolo, e anteriora e grassi di gallo, d’asino, di porco e altri animali, “latte di donna che tenga a petto una fanciulla”, urina umana specie di fanciullo vergine, cera, sterco umano, di cane e di colombo, cotto e fritto in olio, un miscuglio tale, insomma, “d’ingredienti indiavolati”, che, a detta del Redi avrebbero sconcertato “una torre, nonché il canale degli intestini”

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