Arguti stratagemmi del XV secolo (ovvero della difficoltà di riconoscersi in battaglia)

Ultimamente mi è capitato di leggere un testo del Prof. Francesco Storti fattomi conoscere dall’amico Davide De Angelis, La «novellaja» mercenaria. Vita militare, ese rcito e stato nella corrispondenza di commissari, principi e soldati del secolo XV ([A stampa in «Studi storici», 54 (2013), pp. 5-40 © dell’autore – Distribuito in formato digitale da Reti Medievali, http://www.retimedievali.it].)Durante la lettura mi hanno colpito due cronache di guerra citate dall’autore. Nelle suddette cronache era messa in evidenza la difficoltà di riconoscersi poichè ufficialmente non esisteva la divisa, o meglio, anche secondo lo storico Massimo Predonzani, i metodi per riconoscersi erano l’araldica su giornee e pennacchi e le bardature dei cavalli per la cavalleria e l’araldica su scudi, e le famose “calze alla divisa” per la fanteria con i colori del committente e dell’impresa come attestato da documenti che ci parlano della “prestanza”, anticipo per mettere in ordine le truppe pagato in moneta e panno proprio per produrre le calze dei colori dell’impresa o del committente. In un panorama guerresco legato al mercenariato che spesso comportava combattere per chi fino a poco tempo prima era il nemico era quanto mai improbabile avere un’unica divisa. Altra prova ci viene dal volume scritto da Federico Marangoni, XV SECOLO. L’abbigliamento maschile in Italia, ed. Il Cerchio, pag. 16. 

Per il matrimonio di Bernardo Ruccelai con Nannina de’ Medici i documenti ci informano che vennero donate a servitori e amici “paia 70 di calze  di panno a la divisa” (Giuseppe Marcotti, Un mercante fiorentino e la sua famiglia nel secolo XV, Firenze 1881, pag.85)

Vi sono anche altri documenti  e testimonianze che attestano l’uso delle calze alla divisa che radunerò per un prossimo articolo, certo è che per ora non vi sono documentazioni a riguardo dell’uso di stemmi cuciti sull’abbigliamento come negli eserciti d’oltralpe.

Ora  passiamo alle cronache, la prima tratta di uno stratagemma utilizzato da Jacomo da Padule per fuggire con i soldi delle paghe confondendosi con i nemici.(pag. 23/24 La Novellaja Mercenaria)

“Havendo facto prova doe volte de spontare costoro dal passo et non possendo, che omne hora sopragiongeva gente, per dubio de non essere spontati loro, se retrierono nel piano in uno campo che haveva li fossi intorno in torno et, stagendo cosí omne uno in su le sue, Jacomo da Padule, che haveva li denari, se tramachiò da gli altri et passò la Pescara ala foce notando et, bench’ello atrovasse qualche fante de li inimici dal canto de là, pur se ne andò a salvamento, facendoli credere che’l fosse de li loro” (A. Sforza e F. da Montefeltro al duca di Milano, campo contro Controguerra, 16 agosto1460, in ASM, SPEN, 204, ff. 244-246.)

Traduzione: Avendo cercato di respingere dal loro cammino per ben due volte i nemici  e non avendocela fatta visto che sopraggiungevano di continuo rinforzi e avendo timore che fossero respinti loro stessi, si ritirarono in una piana con i fossi intorno e ogni esercito stava fermo. Giacomo da Padule che custodiva le paghe si allontanò dagli altri e passò il fiume Pescara alla foce nuotando e benchè incontrasse qualche fante nemico dall’altra parte si salvò facendogli credere che fosse uno di loro.

La seconda invece molto più interessante parla di uno stratagemma utilizzato da un anonimo uomo d’arme dell’esercito aragonese per far sbarcare con l’inganno gli Angioini e sorprenderli in posizione d’inferiorità. (pag.25/26 La Novellaja Mercenaria)

Mossese poi dicta armata in quello medesmo dí et venne per pigliare aqua alla foce de questo fiume de Sarno longie dal campo dove eravamo poco piú de uno miglio. In questo, venne uno homo d’arme del re, el quale disse esserse trovato solo alla marina desarmato et esserse acostato alle dicte gallee et parlato cum loro, usando questa astutia, de dirli ch’el era homo del […] principe de Taranto, che era mandato per havere lingua de dicta armata, et disegli che esso principe et lo duca Giohanne allogiavano lí presso ad cinque miglia, et ch’el voleva andare ad significarli la venuta loro, i quali lo pregarono che cosí volesse fare. Dicto homo d’arme confortò la maiestà del re ad metere in ordine quelle gente che li paresse, et le mandasse alla dicta armata cum ordine che ogniuno cridasse «Ranero! Ranero!» et «Orso! Orso!», che facendo cosí non dubitava grande parte de loro se meteriano in terra, et vegneriano fidatamente, et ne pigliaria quanti volesse. Cosí se fece et, andato el cavallero Orsino et assai altra gente et dreto loro la maiestà del re, li dicti nostri se avicinarono alla dicta armata, la quale era molto vicina ad terra, et inante ad tuti c’era uno homo d’arme cum la divisa del principe de Taranto, che gli fece ambassata per parte del dicto principe in talle modo che se assecurarono; et, oltra quelli che erano descesi in terra, che erano assai, chi per pigliare aqua et chi per pigliare spasso, ne descendevano de l’altri parlando domesticamente cum li nostri, credendo fossero de li loro, et per talle modo che, chi non desordinava, reussiva liberamente el designo facto, che non solum se seriano pigliati lí, ma se seriano conducti in campo. Ma el desordine seguí in questo modo, che uno homo d’arme, trovandose sotto la poppa de una galea, messe la mane nel pecto ad uno francese per pigliarlo, al quale acto altri cominciarono ad cridare «Ragona! Ragona!»,
per modo che subito le gallee se tirarono in aqua et cominciorono ad offendere cum
balestre et schiopi, et cosí gli fu risposto. Quelli de le gallee che erano in terra, lassati
li barili, se butarono ad furia in mare per campare, per modo che alcuni se anegarono,
altri furono feriti, morti et presi, et stato uno pezo lí suso la spiagia se ne tornassemo
al campo, che, senza fallo, chi non desordinava se era facta una bona cavalcata.

Traduzione: L’armata del Re Renato d’Angiò mosse quel giorno per prendere acqua alla foce del fiume Sarno che era distante poco più di un miglio dall’accampamento. Mentre eravamo lì venne un uomo d’arme del Re d’Aragona che disse di essersi trovato sulla spiaggia disarmato ed essersi accostato alle navi (galee) e parlato con loro e usando l’astuzia di avergli fatto credere di essere un uomo mandato dal principe di Taranto per accoglierli. Gli disse che l’accampamento del Principe e del duca Giovanni (Giovanni d’Angiò (1426-1470), duca di Lorena, figlio e luogotenente di Renato pretendente al trono napoletano; era giunto nel regno nell’autunno del 1459 al comando di un folto contingente di cavalleria francese (J. Bénet, Jean D’Anjou duc de Calabre et de Lorraine [1426-1470], Nancy, Société Thierry Alix, 1997).) era a cinque miglia e che sarebbe andato a riferirgli del loro arrivo ed essi lo pregarono di andare a riferirglielo. Questo soldato disse al Re d’Aragona che preparasse tutti gli uomini che riteneva opportuno e li mandasse verso le galee urlando Ranero! Ranero! (Renato d’Angio) e Orso! Orso! (Orso degli Orsini) perchè così facendo era sicuro che molti sarebbero scesi dalle galee senza paura e così facendo ne avrebbero catturati parecchi. Così fecero e l’armata del re d’Aragona assieme al re e al cavalier Roberto Orsini ((† 1476), conosciuto come il «cavalier Orsini», condottiero; era entrato nel regno al seguito del primo scaglione pontificio inviato a sostegno di Ferrante (Dispacci sforzeschi da Napoli, IV, cit., p. 23, nota 1).). S’avvicinarono alla armata di Renato d’Angiò e davanti a tutti vi era un uomo d’arme con le insegne del principe di Taranto per rassicurare gli uomini delle galee. Il sotterfugio riuscì perchè molti scesero, chi per riposarsi, chi per prendere acqua, chi per parlare con gli aragonesi credendoli alleati e il piano di portarli all’accampamento e catturarli sarebbe riuscito perfettamente se non fosse avvenuto un incidente. Infatti un uomo d’arme d’Aragona che era sotto una galea prese per il petto un soldato francese per catturarlo al che gli altri vedendo questo cominciarono a gridare: Ragona! Ragona!. Le galee allora ritornarono al largo e gli angioini cominciaroninio a bersagliare gli aragonesi con schioppi e balestre. Tutti quelli che erano sulla spiaggia lasciarono i barili per l’acqua e scapparono cercando scampo in acqua tanto che alcuni annegarono, altri furono uccisi o feriti e altri catturati.

Con queste cronache alfine possiamo capire quanto fosse difficile riconoscersi tra eserciti contrapposti in Italia nel XV secolo e le motivazione si può trovare nel fatto che non esistevano divise ufficiali e che i colori delle numerose fazioni avversarie erano spesso simili se non uguali. 

 

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